Ecco la seconda parte del racconto.
Apro il catenaccio, salgo in sella e comincio a pedalare, il vento fresco che mi percuote il viso. Non fa caldo, per essere luglio. E’ il momento ideale per programmare una vacanza. Continuo a pedalare per via Indipendenza fino a quando non raggiungo la stazione. Scendo dalla bici per posteggiarla nel solito posto, contro una delle colonne davanti all’ingresso principale. Ma quand'ho serrato il catenaccio, prima di entrare in stazione, mi fermo. C'è una bicicletta rosa e nera, perfettamente identica alla mia, appoggiata contro il lato opposto della colonna. Che strano. Non ne ho mai visto una uguale, in tanti anni. La particolarità dei suoi colori e dei fregi mi ha procurato non pochi pensieri: spesso ho temuto che il proprietario della bici, a cui senza dubbio era stata rubata dal tossico di via Zamboni, potesse riconoscerla. “Tanto meglio così”, mi dico, cercando di allontanare la delusione di sapere che la mia bicicletta non è unica al mondo. Entro in stazione e mi metto in fila a uno sportello. L’atrio è pieno di gente che va e viene, come sempre. Ma domattina prenderò il treno senza attese e dormirò durante il viaggio. Magari finirò di leggere Studio in rosso, o forse comprerò una rivista. Ci penserò dopo avere ritirato il biglietto.
“Buongiorno – dico all'impiegata che sta allo sportello, una volta arrivato il mio turno –. Dovrei ritirare un biglietto per il treno che parte alle nove e zero otto di domattina per Torino. Ho prenotato via Internet”. Le porgo la ricevuta della prenotazione. La donna la guarda, digita qualcosa al terminale e la ricontrolla. “C’è qualcosa che non va. - Dice. - Il suo biglietto risulta già ritirato.”
“Che cosa? E' impossibile”.
La donna digita qualcosa al computer. “Sì, risulta ritirato proprio venti minuti fa.”
“Ma dev’esserci un errore!”
“Mi dispiace, forse ha delegato qualcuno che venisse al suo posto?”
“No, io…” Dopotutto è inutile insistere. Come se fosse insolito avere problemi con le ferrovie. “D’accordo. Allora vorrei almeno essere rimborsata.”
“Non credo che questo sia possibile.”
“Ma io ho pagato, e quella ricevuta lo dimostra!” La mia voce è diventata stridula, di colpo mi sento avvampare.
“Aspetti qui.”
L’impiegata si alza, dice qualcosa al collega dello sportello di fianco. I due parlano per un po’, poi si avvicinano a me.
“Qual è il problema? – Mi chiede l’uomo –. Mi ricordo di lei, signorina. E’ venuta qui poco fa, le ho consegnato io il suo biglietto.”
“Vi ripeto che c’è un errore, io non ho ritirato un bel niente!”
La mia voce si è trasformata in un lamento. Sento le lacrime pungermi gli occhi e gli sguardi di tutti posarsi su di me. Mi volto e corro via, senza aggiungere altro. Non voglio piangere di fronte a tutta quella gente. E adesso? Come diavolo faccio? Non mi resta che spedire un reclamo alle ferrovie e prenotare un altro posto. Controllo il portafoglio: non ho abbastanza denaro per comprare un altro biglietto. “Dannazione!” Impreco tra me e me.
Quando esco, la bicicletta identica alla mia non c’è più. Mi rimetto in sella e comincio a pedalare. Dovrò posticipare la partenza, telefonare ai miei, dire addio alle lasagne di mamma che pregustavo da giorni. Una volta a casa, scaravento la bici contro il muro del palazzo, senza neanche chiuderla. La signora Tartini spazza gli aghi di pino in cortile, suddividendoli in ordinati mucchietti. “Buongiorno.” le dico, senza troppo entusiasmo. Lei mi lancia uno sguardo perplesso. “Tutto bene, Silvietta?”
“Sì, perché?”
“E’ tutta la mattina che ti vedo andare e venire, ma dove la troverai tutta questa energia? Ah, se solo avessi la tua età!”
La interrompo prima che inizi uno dei suoi interminabili monologhi sulla vecchiaia.
“Si sbaglia, signora. Sono uscita solo una volta, per andare in stazione.”
“Ma come sarebbe? Sei uscita e rientrata già tre volte”. Io le sorrido, senza capire. La supero ed entro nel palazzo, ma sulle scale mi fermo e torno indietro.
“Signora! – La chiamo – Ha detto che sono uscita di casa tre volte?”
Lei mi guarda smarrita. “Sì. Ma sei sicura di stare bene?”
“Certo… Ma si ricorda a che ora mi ha visto uscire? Ora è quasi mezzogiorno. Saranno state le undici quando sono andata in stazione”.
“Sì, ma sei uscita prima questa mattina. Ti ricordi che non mi ero accorta che fossi rientrata? Poi sei andata via verso le 11, questo è vero. E poco fa però sei tornata e uscita di nuovo. E adesso eccoti qua.”
“Ma come sarebbe? Io sono uscita di casa una volta sola. Come ha fatto a scambiarmi per qualcun altra?”
“Su, non scherzare – mi dice lei risentita, tornando a spazzare gli aghi di pino -. Mi hai anche salutata. So riconoscere le persone che vivono qui.”
(CONTINUA)